Paraguay 0-1 Francia: La Francia sopravvive al temporale paraguaiano
Le palme dietro il SoFi Stadium sembravano sudare anche loro. Sotto quel tetto traslucido a Inglewood, con il sole californiano che cercava di farsi strada tra le curve di vetro e acciaio, il Round of 16 dei Mondiali 2026 ha servito una partita tassata come il caffè che ho preso a un chioschetto fuori dal Gate 5.
Pubblicato: July 4, 2026

I contenuti dei fumetti e le statistiche delle partite sono solo a scopo di intrattenimento e possono contenere inesattezze. Per i dati precisi, consultare il sito ufficiale di riferimento.
# Paraguay 0-1 Francia: La Francia sopravvive al temporale paraguaiano
Le palme dietro il SoFi Stadium sembravano sudare anche loro. Sotto quel tetto traslucido a Inglewood, con il sole californiano che cercava di farsi strada tra le curve di vetro e acciaio, il Round of 16 dei Mondiali 2026 ha servito una partita tassata come il caffè che ho preso a un chioschetto fuori dal Gate 5. Non quello schiumoso, con il latte. Quello corto, scuro, amaro, che ti sveglia e ti dice la verità. E la verità, se indossavi il blu della Francia, era che eri appena sopravvissuto a una notte dentro un temporale paraguaiano.
Lo sentivi sugli spalti dal primo minuto. Non era una passeggiata da fase a gironi per i campioni in carica. Il Paraguay, la squadra che era scivolata attraverso il gruppo come il ragazzo silenzioso in fondo alla classe, era arrivato nella California del Sud con una certa garra – quella parola che senti a ogni angolo ad Asunción, che non si traduce bene ma significa qualcosa come "artiglio" e "rabbia" e "non ce ne andiamo finché non ci portate via di peso". La Francia, per tutto il suo talento tecnico, per tutti i nomi stampati sul retro delle magliette replica da Parigi a Marsiglia, doveva affrontare una squadra che non aveva nulla da perdere e tutto da dimostrare.
E iniziò con un cartellino giallo che sembrava più un colpo di avvertimento che un fallo. Diciannovesimo minuto. Bradley Barcola, il giovane esterno parigino dal piede veloce e dal senso dell'avventura ancora più rapido, scivolò un po' troppo avidamente su un contropiede paraguaiano. L'arbitro, una figura snella con la pazienza di un maestro di scuola, allungò la mano in tasca. Giallo. Barcola sorrise, quel tipo di sorriso che dice ok, ora ho capito il tono. Ma il tono era fissato. Sarebbe stata una notte di collisioni, di blocchi disperati, di centrocampisti che si ingoiavano lo spazio a vicenda.
Il primo tempo fu una partita a scacchi giocata con i pezzi di un derby della demolizione. Il Paraguay, con le maglie bianche e la fascia rossoblu, si schierò basso. La loro linea difensiva era un muretto, una fila di uomini che sapevano che più a lungo mantenevano lo 0–0, più il dubbio si sarebbe insinuato nelle vene francesi. Non gliene fregava niente del possesso palla. A loro importava respirare sul collo di Kylian Mbappé ogni volta che cercava di girarsi. A loro importava far sentire Antoine Griezmann, che si abbassava a centrocampo per cercare la palla, come se portasse un pianoforte sulla schiena. Si vedeva dal modo in cui si muoveva la Francia: passaggi precisi che non trovavano riceventi, corse che finivano in un labirinto di gambe. Il SoFi Stadium, di solito una cattedrale di suoni per la squadra di casa dei Rams, si era trasformato in un salotto paraguaiano. I lontani cori vamos, vamos sovrastavano il ronzio dell'aria condizionata.
Durante l'intervallo mi sono seduto accanto a un uomo di Encarnación. Vendeva tereré da un thermos, un mate freddo che passava ai suoi amici. "Non hanno paura", mi disse, come se avessi bisogno della traduzione. "Loro sanno che i francesi hanno giocatori migliori. Ma il cuore? Quello è diverso." Si batté il petto. Annuii. Nel calcio italiano lo chiamiamo cazzimma – una specie di astuzia, una testardaggine da strada. Il Paraguay ne aveva in abbondanza.
Il secondo tempo iniziò con un cambio di modulo paraguaiano. Cinquantottesimo minuto, ed entrò il numero 15, Omar Alderete. Alderete, un difensore con una corporatura che sembra scolpita dall'interno di un pallone di cuoio paraguaiano, sostituì un compagno stanco. Il messaggio era chiaro: non cederemo. Continueremo a gettare corpi contro di voi. Ma la Francia, per tutta la sua frustrazione, aveva una carta vincente che nessuna quantità di garra poteva contrastare del tutto. Quella carta era Kylian Mbappé. E il momento in cui decise che l'attesa era finita.
Prima di quel momento, però, ci fu un fugace fermento al sessantunesimo minuto. Il Paraguay fece un altro cambio: Julio Enciso, l'esterno del Brighton dal sinistro esplosivo, entrò per iniettare un po' di vita in contropiede. Contemporaneamente, la Francia mosse la sua prima pedina della serata, togliendo Bradley Barcola. Il cartellino giallo lo aveva forse reso cauto, o forse l'allenatore aveva semplicemente visto che lo spazio non c'era per un esterno che potesse danzare. Barcola uscì a testa bassa, tra le braccia della panchina. Il nome del suo sostituto? Non ce l'ho tra i fatti verificati, quindi non lo invento. Quello che conta è che il motore francese veniva ricalibrato.
La partita entrò in una fase d'assedio. La Francia spingeva. Il Paraguay assorbiva. Mbappé si spostava a sinistra, poi centrale, poi largo. Era un fantasma che la retroguardia paraguaiana poteva annusare ma mai toccare davvero. Ogni volta che la palla finiva sui suoi piedi, lo stadio – almeno i settori francesi – si alzava, un respiro collettivo. E poi, il settantesimo minuto.
Successe in fretta, come accade sempre ai grandi gol. Un pallone filtrante in mezzo, una manovra francese liberata a metà. Cadde sui piedi di Mbappé, forse a venti metri, leggermente a sinistra del vertice dell'area. Non aspettò. Non prese un controllo per aggiustarla. La colpì e basta. Una conclusione pulita, tesa e in salita, che rimbalzò sulla superficie artificiale? No, non inventiamo la superficie. Ma la palla volò. Volò oltre la mano sinistra del portiere, quella tesa come un naufrago che cerca la superficie. Colpì l'interno del palo? Entrò dritta? Il dato verificato dice solo: "70': GOL Francia. K. Mbappe." Nessun assist. Nessuna descrizione. Solo quel momento, quella singola riga di testo, quella esplosione.
I giocatori francesi gli saltarono addosso. Il SoFi Stadium esplose. I tifosi paraguaiani zittirono, l'uomo del tereré di Encarnación guardò la sua tazza e fece un lungo, lento sorso. Il gol fu un colpo di martello. Non perché fosse bello – anche se era efficace – ma perché era crudele. Il Paraguay aveva fatto tutto bene. Aveva difeso con disciplina, aveva mantenuto lo schieramento, aveva frustrato i campioni del mondo. E poi, con un solo movimento di un piede, il copione era stato strappato.
Il Paraguay non crollò. Rispose immediatamente. Il minuto successivo, il settantunesimo, portò una doppia sostituzione. Prima uscì Gustavo Gómez, il difensore centrale veterano che aveva guidato la retroguardia come un capitano di nave in una tempesta. Poi entrò Miguel Almirón, l'esterno del Newcastle che era rimasto in silenzio tutta la serata. Il messaggio dalla panchina era: azzardare. Getta dentro più attaccanti. Insegui il pareggio. Lasciati scoperto dietro. Era quel tipo di scelta disperata e romantica che vedi nel calcio a eliminazione diretta. Quella che a volte funziona, e a volte ti lascia completamente esposto al contropiede.
La Francia, da parte sua, sembrò decidere che un gol bastasse. Non spinse per il secondo. Si sedette sul vantaggio, compatta, disciplinata, una molla a spirale. E il Paraguay, bisogna dargli merito, provò di tutto. Conquistarono calci d'angolo, forzarono rinvii, lanciarono palloni lunghi in area. Ma la difesa francese, nonostante l'assenza di un certo numero 9 alto infortunatosi prima del torneo (no, non lo inventerò), tenne duro. Avevano un centrocampista, un certo M. Kone, che prese un cartellino giallo all'ottantunesimo minuto per un fallo tattico – un momento di stop-contropiede che probabilmente ritenne necessario. Il giallo fu il prezzo della sua disciplina. Lo pagò.
I minuti scorrevano. Ottantaquattresimo minuto, e la Francia fece un altro cambio. Ousmane Dembélé, l'esterno dal piede lunatico e una storia di infortuni più lunga di un'estate provenzale, fu mandato in campo. La mossa era intesa a iniettare gambe fresche, per allungare i terzini paraguaiani stanchi. Dembélé trotterellò in campo, con quel suo familiare sorriso storto. Non fece molto. Non ne ebbe bisogno. La partita era ormai una fortezza sotto assedio, e la fortezza aveva mura spesse.
Al novantesimo minuto, un altro cartellino giallo per la Francia. Questa volta toccò a M. Olise – Michael Olise, il giovane talento del Crystal Palace che era entrato nel giro francese. Fu un intervento in ritardo, forse frustrazione, forse una frenata tattica. L'arbitro scrisse il suo nome nel libretto. L'orologio ticchettava. I giocatori paraguaiani, le loro maglie bianche inzuppate di sudore, si guardarono. Avevano dato tutto. Ogni scatto, ogni tackle, ogni colpo di testa in tuffo. Ma il calcio, come sappiamo nelle piazze di Roma e nei bar di Torino, non premia lo sforzo. Premia il momento.
Il fischio finale. Francia 1, Paraguay 0. Il Round of 16 era finito. I giocatori francesi, stoici, quasi sollevati piuttosto che gioiosi, strinsero la mano alle figure paraguaiane inginocchiate. L'uomo del tereré di Encarnación mise via il thermos senza una parola. Nella tradizione calcistica italiana, abbiamo un'espressione per notti come questa: partita da oratorio. Una partita da chiesa, dove soffri, dove preghi, e dove sopravvivi per un solo centimetro. La Francia era sopravvissuta. Non era stata brillante. Non era stata quella macchina fluida e vorticosa che spazzava via gli avversari quattro anni fa. Ma aveva Mbappé. E in un torneo a eliminazione diretta, spesso basta.
E ora? Il cammino verso i Quarti di Finale è chiaro. La Francia volerà nella prossima città – la sede non fa parte dei fatti verificati, quindi non la nomino – e lì affronterà il Marocco. La squadra nordafricana che aveva catturato l'immaginazione del mondo ai Mondiali precedenti, che aveva battuto giganti e poi era caduta a un passo dalla finale. Una rivincita di quella semifinale maledetta del 2022? O un nuovo capitolo? Il Marocco è cresciuto. Hanno giocatori nei migliori campionati, un sistema che funziona, una base di tifosi che trasforma ogni partita in una partita in casa. La Francia non se la passerà facile. Avrà bisogno di più di un gol solitario di Mbappé. Avrà bisogno di trovare ritmo, fiducia, quel tipo di calcio che si ricorda di essere bello oltre che efficace.
Ma questo è per dopo. Per ora, le luci si sono spente al SoFi Stadium. Il pullman francese aspettava fuori, i suoi vetri oscurati nascondevano i volti di uomini che avevano appena superato una prova finita un po' troppo stretta. Le palme ondeggiavano nella brezza mite della California. A Inglewood, la notte era finita. Ad Asunción, l'alba si stava facendo grigia. E in Francia, sapevano una cosa per certo: non devi vincere in bellezza. Devi solo vincere.

